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Fino a oggi la crescita avveniva attraverso la progressiva scoperta dei "segreti della vita", che gli adulti rivelavano gradualmente in forme ritenute appropriate a una corretta psicologia infantile. Ora questo non è più possibile: tutti, anche i bambini, conoscono subito tutto. Alle nuove tecnologie, perchè possano contribuire a un'educazione formativa, bisogna accostarsi in modo critico.
Per anni maestro elementare, poi e tuttora docente universitario (oggi ha la cattedra di Ecologia dei media ed è capo del Dipartimento di Cultura e comunicazione alla New York University), Neil Postman è uno dei maggiori esperti di comunicazione, uno dei più famosi al mondo. I suoi libri sono tradotti in tutte le principali lingue, le sue idee sull'educazione e sulla formazione dei bambini hanno fatto scuola. Ed è stato l'anticipatore di molti fenomeni che poi sono esplosi mettendo in crisi teorie e abitudini consolidate. In questa intervista a Telèma riconosce al computer grandi meriti ma mette in guardia dalla tentazione, ovviamente stolta, di attribuirgli compiti di supplenza nell'insegnamento. Ai bambini, sostiene, la scuola non deve far apprendere come usare questo strumento (possono impararlo meglio altrove) bensì deve spiegare loro come le nuove tecnologie stanno cambiando la realtà e che cosa si può fare per ridurne gli effetti negativi. Postman denuncia, fra l'altro, un fenomeno gravissimo: l'annullamento dell'infanzia, la trasformazione dei bambini in "piccoli adulti", non ancora cresciuti ma già privati della loro stagione. E suggerisce di introdurre nell'insegnamento il concetto di educazione "alla tecnologia" prima di quello di un'educazione "con la tecnologia".
Lei ha sempre attribuito una fondamentale importanza a una corretta educazione, per la soluzione dei gravi problemi sociali del mondo d'oggi. A quale ideale di educazione fa riferimento?
Penso che uno dei compiti fondamentali dell'educazione sia quello di insegnare ai giovani a chiedersi il perchè delle cose, a porre interrogativi. Questo aspetto è piuttosto trascurato nella scuola, ma a torto, perchè la capacità di formulare domande intelligenti, di individuare i problemi costituisce il requisito essenziale di una buona formazione. Egualmente importante secondo me è dare ai giovani una solida preparazione storica. Contrariamente a quanto pensano alcuni, non occorre essere radicali per sostenere che ogni disciplina - dalla filosofia alla fisica, alla biologia - ha una sua storia, e che i giovani dovrebbero conoscere almeno a grandi linee l'evoluzione del pensiero nei vari ambiti del sapere. Se non altro per acquistare la consapevolezza che in passato esistevano teorie diverse sulle molecole, sulla politica, ecc, e per poter collocare in una prospettiva storica le conoscenze e le idee del proprio tempo. Il terzo elemento essenziale di una buona educazione è infine l'insegnamento della lingua. E qui non mi riferisco tanto alle lingue straniere, sebbene anch'esse siano senza dubbio importanti, quanto piuttosto all'uso del linguaggio: si dovrebbe insegnare il modo in cui il linguaggio distorce quella che pensiamo sia la realtà, la differenza tra fatti, assunti e opinioni. Alcuni chiamano semantica questo campo di studi, ma comunque lo si voglia designare gli va riconosciuta un'importanza di primo piano. Direi quindi che imparare l'arte di porre domande, lo studio della storia e la conoscenza del linguaggio costituiscono i tre pilastri dell'educazione.
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